È il 25 luglio del 1943, il fascismo è appena caduto e Mussolini è stato arrestato.
La notizia passa per radio, corre di bocca in bocca, arriva fino ai campi di una famiglia di contadini partigiani originaria di Campegine (Reggio Emilia) che di cognome fa Cervi.
Papà Alcide dichiara che sarà una giornata di festa per tutti. Ma è Aldo, il terzogenito, a proporre quella che sarebbe diventata una tradizione nazionale:
“Papà, perché non offriamo una pastasciutta a tutto il paese?”
Alcide annuisce. I fratelli Cervi si mettono all’opera. Il 27 luglio preparano assieme alle famiglie intorno quintali di pastasciutta da offrire a tutti gli abitanti della zona. Si balla, si canta, si inneggia alla caduta del Duce e si mangia pastasciutta.
Papà Alcide un giorno dirà:
“Guardavo i miei ragazzi che saltavano e baciavano le ragazze, e dicevo: ‘Beati loro, sono giovani e vivranno in democrazia, vedranno lo Stato del popolo. Io sono vecchio e per me questa è l’ultima domenica’.
Non può sapere, Alcide, che la tragedia non è finita, è solo all’inizio. Appena cinque mesi dopo tutti e sette i figli di Alcide Cervi e Genoeffa Cocconi saranno presi, torturati e ammazzati dai fascisti al poligono di Reggio Emilia.
Alcide sopravvivrà innaturalmente ai propri figli fino al 1970.
Ma quella tradizione, la “pastasciutta antifascista”, sopravvivrà all’intera famiglia, alle stagioni, e oggi è e resta uno dei simboli più alti e popolari della resistenza al fascismo, al nazifascismo e a ogni forma di regime e prevaricazione.
E purtroppo non è mai stata attuale come quest’anno.
Buona Pastasciutta antifascista a tutte e a tutti.
Come nacque la pastasciutta antifascista
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